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50.

CIEL ET TERRE

FOLLY

17 FEBBRAIO - 16 MARZO 2O24


Sabato 17 Febbraio 2O24, INTERZONEGALLERIA presenta la mostra Ciel et Terre dell’artista nata a Roma da madre franco-cinese e padre italiano, Folly.


«Il progetto, intitolato Ciel et Terre, si sostanzia in un dialogo tra fotografie in bianco e nero e monotipi. Si tratta di una ricerca che esplora la correlazione tra polarità ispirata dall’idea di unità e di interdipendenza degli opposti caratteristica delle filosofie asiatiche.»


In mostra a INTERZONEGALLERIA circa un’ottantina di opere che l’artista Folly espone per la prima volta in Italia.

Una scelta ampia di immagini, tra monotipi e fotografie stenopeiche, che coprono un periodo di ricerca artistica di quattro anni, opere stampate su carta giapponese e tessuto antico.

Il lavoro artistico proposto da Folly è un lavoro sulla risonanza tra l'esterno e l'interno, sul loro specchiarsi, e sul loro riflettersi.

Opere di grande formato su tela antica si accompagnano a opere stampate in piccolo formato, dove emerge l’influenza dei principi taoisti, in particolare dall'I-Ching (Yi Jing), il libro dei mutamenti, l'oracolo taoista, il primo dei testi classici cinesi.


«La scelta del mezzo fotografico non è casuale: la fotografia è infatti non solo uno strumento privilegiato per osservare la natura e tentare di entrare in risonanza con la sua energia; è anche e soprattutto arte del tempo. Intimamente legata al concetto di morte, la fotografia racconta ciò che è stato e non è più. Citando Susan Sontag: “il carattere contingente delle fotografie conferma che tutto è caduco”. La fotografia è quindi strettamente connessa all’impermanenza - un altro concetto chiave del Taoismo. La fotografia espone la vulnerabilità delle nostre esistenze mettendoci di fronte al decadimento e alla perdita, ci ricorda che tutto è destinato a cambiare, che il cambiamento è inerente a ogni esistenza fenomenica e che non vi è nulla nel campo animato o inanimato, organico o inorganico che si possa definire permanente.»

Immergendoci nella densità dei suoi chiaroscuri, nella corposità della sfocatura, nell’astrazione delle forme, Folly ci racconta che «le fotografie realizzate con il foro stenopeico sono la rappresentazione dei paesaggi esteriori, esposti in dialogo con i monotipi, che riflettono i paesaggi interiori», e ancora che «la scelta del monotipo invece deriva dalla volontà di lasciare spazio all’intuito, alla creatività, al gioco per liberarsi dalle forme automatiche e preconfigurate del pensiero. Nel mio immaginario, le fotografie catturano l'esterno sempre in movimento, in continua trasformazione (di li la scelta del foro) mentre i monotipi rappresentano l'interno, gli stati d'animo, anch'essi in perenne evoluzione.»


L’artista, Folly, ricorre alla gestualità del monotipo “per volgere lo sguardo all’interno (proprio come suggerisce l’etimologia della parola intuito - dal lat. intuĭtus-us «l’atto di guardare o di vedere dentro»), per mettere a tacere l’incessante rumore della mente sempre attenta al mondo esterno, alle sue regole rigide, i suoi limiti, i suoi condizionamenti. La gestualità del monotipo si rivela quindi una pratica per sperimentare, giocare con le infinite possibilità di equilibrio attraverso la sottrazione dell’inchiostro calcografico, per soffermarsi sulle asimmetrie, le irregolarità, la loro bellezza… per ricercare il vuoto, il silenzio, l’equilibrio.

Una forma di meditazione quindi, di astrazione in cui permettere all’inchiostro di prendere forma e descrivere paesaggi interiori.


L’artista Folly sarà presente al vernissage della mostra Sabato 17 Febbraio 2O24 dalle 19 alle 22.


Folly, nata a Roma da madre franco-cinese e padre italiano, si laurea in Grafica d’Arte all'Accademia delle Belle Arti di Roma dopo aver lavorato per diversi anni in fotografia. La sua ricerca – che si avvale della combinazione di fotografia e stampa d’arte, è indissolubilmente intrecciata all’esperienza personale e consta di progetti di lungo respiro. I suoi lavori, spesso legati all'osservazione della natura, sono una riflessione su tematiche connesse alla memoria, l'appartenenza, la condizione umana condivisa e si caratterizzano per l'importanza data all'equilibrio. Profondamente influenzata dalla filosofia taoista, il suo lavoro si avvale dei simboli come veicolo di ispirazione ed esplora i concetti di tempo, impermanenza, risonanza e relazione tra gli opposti. Mostre Collettive: Hit International Relief Print Festival, Art Museum Haugesund Billedgalleri, Haugesund, Norvegia (2019); Festival del Tempo, Sermoneta (2020); Macao International Art Biennale, Macao (2021); C’era una volta, La Linea Arte Contemporanea, Roma (2021); Biennale Antropocene, Art G.A.P. Gallery, Roma (2022); Escape Plan, Athens Printmaking Gallery, Atene, Grecia (2024) - Mostre Personali: Racines, a cura di Sonal Singh, La Linea Arte Contemporanea, Roma (2021); Ce qui reste, a cura di Vania Caruso, Galleria 291 Est, Roma (2023).


https://www.interzonegalleria.it/

https://folly.ink/blog/works/

@folly_prints



FOLLY | Ciel et Terre

in mostra 17.O2.2O24 | 16.O3.2O24

martedì - venerdì, ore 15 – 2O

sabato 11 – 13 e 16 – 2O



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Qui, ora, da sempre, per sempre

di Gianluca Murasecchi


Intrisi e scissi dall’universo ci muoviamo inconsapevoli, irretiti da illimitate fatuità, progetti, legami materiali, avidità, come se fosse vero che qualcosa, qualcuno ci appartenesse davvero. Mentre ogni minimo frammento del tempo, dello spazio in cui viaggiamo è un attimo sublime elargito gratuitamente da un’immensa grandezza di eventi. Nella pienezza e nella vuotezza assolute delle nostre esistenze, quanto di più importante possiamo fare è essere presenti al presente, avvolti dal tutto, la nostra unica grandezza è farci così piccoli da sparire per far compenetrare il tutto in noi. Un esserci effettivo e non illusoriamente proiettivo; là, prima, poi, ecco il perderci nello scivolare altrove o piombati in noi, al di là di ciò che potremmo condividere adesso, qui, dove siamo realmente.


Folly ci invita a questa consapevolezza, spesso al di sotto di arborescenze, di albe o folgorazioni zenitali di raggi solari, come fosse in postura raccolta, placidamente riflettente, coglie l’effimera luce, il palpito di un petalo, la perfetta bellezza, amorale, di un fiore. Naturali e fluidi come un respiro, i suoi scatti fotografici ci liberano dall’ingombro dell’ego incatenato a sé stesso; la sua ricerca giunge al suo culmine nell’attimo in cui diviene, per scelta, pratica della non ricerca, accoglimento.


La dinamica tra Cielo-Terra-Uomo (Tiāndì Rén), le giunge dalla sua cultura d’origine nella quale si è immersa, progressivamente con sincera delicatezza; le sue immagini sgranate, scientemente fuori fuoco, accoglienti luci abbacinanti, leggere cadute floreali, piene forme vuote in vuote forme piene, sono visioni interiori di rara profondità, non le guardiamo come fossero scatti di altri, le guardiamo come fossero sensazioni che viviamo in una presenza senza tempo. La sua è una fotografia filosofica, non un mero esercizio di stile, di tecnica, di stupefazione, la sua fotografia ci conduce ad un concetto di onnipervadenza, nonché d’immanenza, nei suoi sviluppi, lo intuisco e ravvedo, si prepara la stampa unica dello scatto, unico e irripetibile attimo di luminescente coscienza.


Da questo scomparire della figura, pur nei suoi monotipi, in cui mai c’è preoccupazione freddamente tecnica, bensì presenza puntuale della pura premessa di concezione della trascendenza del sé, il nitore che promana ci dispone con armonia, in similitudine con quella nobiltà dell’essere al mondo (Jūnzǐ).


Il maestro Kong è sempre presente in questo viaggio che raccoglie momenti inanellati di essenzialità, in questo esserci nel sottrarsi, nel calarsi nel flusso di una terra sconvolta dalla cecità di una creatura che si crede padrona e non ospite di esso, nello sciogliersi in un cielo percepito come grembo dello spirito e non finita grandezza astronomica; del resto l’etimologia  delle parole non mente mai, così è proprio la parola cinese Chàn, discendente della parola sanscrita Dhyana, e portatrice della parola giapponese Zèn, a significare visione.


Nelle opere di Folly si partecipa, non si assiste, ad una metodica dello spirito che scinde il tempo, lo porta all’ora, comunque, dovunque, i suoi monotipi sono risultato di un gesto, adesso, in cui non c’è scontro mai tra bianco e nero, c’è invece incontro, sussistenza reciproca. Il silenzio delle sue opere ci porta ad atti delle nostre più profonde e semplici verità, in cui nulla è in discussione, in cui siamo in pace con il mondo, con gli esseri e con il nostro più terribile avversario, noi stessi.


Val bene ricordare un atto fondamentale, dimenticabilissimo nella storia dell’umanità, eppure uno degli atti che l’umanità dovrebbe ricordare in ogni istante della sua esistenza: 

…un giorno un’immensa folla di persone si radunò per ascoltare gli insegnamenti di Shakyamuni, il Buddha.

Il Buddha non disse una parola tenne semplicemente in mano un fiore.

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